Non è mai troppo tardi.

Sono passati 56 anni da quel giorno d’ottobre del '69. 56 anni di terra, di scadenze, di affanni che, in un modo o nell’altro, ci allontanano sempre un po' dalla riva. Non posso nasconderlo, la prima sensazione che mi ha colto, qui, seduto dopo il gruppo di auto-mutuo-aiuto – le parole ancora nell'aria, la nebbia fitta fuori, tipica del Basso Vicentino – è stata un’ansia dolce: "Sono vecchio. Forse è tardi."

Ma tardi per cosa? Per dedicare la vita? Per dare un senso, un nome, un volto a quella Fede che ha sorretto  mia madre, maestra e casalinga, e che ha visto mio padre, il doganale, costruire qui un’esistenza? È la Fede che affonda le radici in una storia ben più antica del boom economico, più profonda di qualsiasi transito doganale.

Basta alzare lo sguardo, anche solo metaforicamente, per vedere il campanile della Basilica e ricordare che questa terra, la nostra Vicenza, poggia sulle ossa di chi non ha avuto paura. I martiri Felice e Fortunato. Duemila anni di storia cristiana, duemila anni di colonne e archi che, come quelli dipinti sull’acqua dei canali veneziani che ho visto da ragazzo, riflettono una verità granitica.

Non sono un astronauta come gli eroi dell'Apollo 11, il cui sbarco ha segnato il mondo appena prima che io venissi al mondo. Non ho camminato sulla Luna, ma cammino ancora sul suolo su cui camminarono i Santi. Forse, la mia vera missione non è raggiungere l’infinito là fuori, ma l’infinito che è qui dentro. A 56  anni, l'età non è un limite: è il tempo benedetto in cui la fretta del mondo cede il posto alla costanza della preghiera. È ora di scrivere, di mettere in fila i pensieri, e di trasformare l’impulso disordinato in un'offerta.

La direzione è quella di Gesù di Nazareth. E la strada, passa per casa.


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