C'è chi cresce sapendo dare un nome al proprio dolore. Io no.
Per anni ho convissuto con un'ansia che non sapevo riconoscere. Pensavo fosse tutto nella mia testa, che stessi esagerando, che fossi semplicemente troppo sensibile. Nel frattempo, a casa, i litigi erano all'ordine del giorno: urla, silenzi punitivi, parole lanciate con leggerezza ma capaci di colpire nel punto più profondo del cuore. Senza accorgermene, mettevo tutto sulle spalle e continuavo ad andare avanti. La prima diagnosi fu quella di una depressione lieve, accompagnata da qualche sbalzo d'umore. Lo psichiatra che mi visitò non ritenne necessario approfondire ulteriormente. Eppure, dentro di me, sentivo che non fosse tutta la verità. I miei pensieri erano un groviglio, le emozioni troppo intense per essere spiegate da una semplice etichetta. C'era qualcosa che non tornava. Decisi così di chiedere un secondo parere. Mi rivolsi a uno psichiatra privatamente. Mi ascoltò per un'ora intera, senza interrompermi. Alla fine mi disse una frase che non dimenticherò mai...