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Visualizzazione dei post da luglio, 2026

C'è chi cresce sapendo dare un nome al proprio dolore. Io no.

Per anni ho convissuto con un'ansia che non sapevo riconoscere. Pensavo fosse tutto nella mia testa, che stessi esagerando, che fossi semplicemente troppo sensibile. Nel frattempo, a casa, i litigi erano all'ordine del giorno: urla, silenzi punitivi, parole lanciate con leggerezza ma capaci di colpire nel punto più profondo del cuore. Senza accorgermene, mettevo tutto sulle spalle e continuavo ad andare avanti. La prima diagnosi fu quella di una depressione lieve, accompagnata da qualche sbalzo d'umore. Lo psichiatra che mi visitò non ritenne necessario approfondire ulteriormente. Eppure, dentro di me, sentivo che non fosse tutta la verità. I miei pensieri erano un groviglio, le emozioni troppo intense per essere spiegate da una semplice etichetta. C'era qualcosa che non tornava. Decisi così di chiedere un secondo parere. Mi rivolsi a uno psichiatra privatamente. Mi ascoltò per un'ora intera, senza interrompermi. Alla fine mi disse una frase che non dimenticherò mai...

Vivere tra due estremi

Per anni non riuscivo a capire cosa mi stesse succedendo. Pensavo che fosse solo ansia, stress o una fragilità caratteriale. In realtà stavo convivendo con un disturbo bipolare, anche se ancora non lo sapevo. Le fasi depressive erano devastanti. Mi sembrava che ogni cosa perdesse significato. Alzarmi dal letto richiedeva uno sforzo enorme, anche lavarmi o preparare un pasto sembravano imprese impossibili. Ero costantemente stanca, ma il riposo non bastava mai. Provavo un senso di vuoto difficile da spiegare, come se tutte le emozioni positive fossero sparite. Mi sentivo inutile, senza speranza, e arrivavo a credere che nulla sarebbe più migliorato. La mente era invasa da pensieri negativi che occupavano ogni spazio. Poi, quasi all’improvviso, tutto cambiava. Arrivavano le fasi maniacali o ipomaniacali. All’inizio sembravano quasi una rinascita. Dormivo poco senza sentire la stanchezza, avevo tantissime idee, parlavo velocemente, mi sentivo piena di energia e convinta di poter affron...

Amicizia in MHEVI

Trovo che aspettarsi amicizia, in MHEVI o altrove, sia un atteggiamento rischioso. Aspettarsi amicizia, come il pretendere amicizia, fa chiudere il cuore e non fa notare il bello delle persone che hai intorno. Per me MHEVI è sì un gruppo di amicizia, ma non è un'amicizia forzata, sarebbe una finta amicizia. L'amicizia qui nasce dall'avere un'esperienza comune di salute mentale, abbiamo tutti sofferto quindi abbiamo naturalmente comprensione e supporto per i "colleghi" utenti. Amicizia appunto. Da qui è un attimo aiutarsi a vicenda, quindi MHEVI è anche un gruppo di mutuo aiuto. Poi ciascuno rimane se stesso, nessuno si senta in dovere di fare niente ma, se notiamo questo sentimento condiviso, ad un certo punto qualcosa scatta. Gioia? Altruismo? Viene naturale preservare questo ambiente e anche condividerlo con altri. È con questo sentimento nel cuore che ti guardi intorno e vedi solo amici. A me viene ogni tanto questo sentimento ed è bello. Lo auguro a tutti!...