C'è chi cresce sapendo dare un nome al proprio dolore. Io no.
Per anni ho convissuto con un'ansia che non sapevo riconoscere. Pensavo fosse tutto nella mia testa, che stessi esagerando, che fossi semplicemente troppo sensibile. Nel frattempo, a casa, i litigi erano all'ordine del giorno: urla, silenzi punitivi, parole lanciate con leggerezza ma capaci di colpire nel punto più profondo del cuore. Senza accorgermene, mettevo tutto sulle spalle e continuavo ad andare avanti.
La prima diagnosi fu quella di una depressione lieve, accompagnata da qualche sbalzo d'umore. Lo psichiatra che mi visitò non ritenne necessario approfondire ulteriormente. Eppure, dentro di me, sentivo che non fosse tutta la verità. I miei pensieri erano un groviglio, le emozioni troppo intense per essere spiegate da una semplice etichetta. C'era qualcosa che non tornava.
Decisi così di chiedere un secondo parere. Mi rivolsi a uno psichiatra privatamente. Mi ascoltò per un'ora intera, senza interrompermi. Alla fine mi disse una frase che non dimenticherò mai: "Hai un bagaglio addosso non tanto leggero."
Fu lui a diagnosticarmi un disturbo da stress post-traumatico, una depressione maggiore e la ciclotimia.
Ricordo ancora il momento in cui uscii da quello studio. Piangevo. Mi sembrava che il mondo mi fosse crollato addosso. Ma, con il tempo, iniziai a metabolizzare quella realtà. Per la prima volta, tutti i pezzi del puzzle trovarono il loro posto.
La mancanza di energie non era pigrizia. La stanchezza costante non era svogliatezza. La difficoltà ad alzarmi dal letto non era mancanza di volontà. Non ero tutto ciò che, per anni, mi avevano fatto credere.
Finalmente avevo delle risposte.
Iniziai una terapia farmacologica importante. L'inizio fu molto difficile: gli effetti collaterali erano così intensi che non riuscii a lavorare per un mese intero. Ma, nonostante tutto, stavo cercando di riprendere in mano la mia vita.
Poi arrivò il ricovero in psichiatria.
Fu il punto più basso della mia vita. Ricordo la vergogna che provavo nel dire di essere ricoverata. Mi sentivo giudicata ancora prima di parlare. Anche quella vergogna, però, con il tempo svanì.
Al suo posto arrivò qualcosa che non avrei mai immaginato: l'orgoglio.
Ero fiera di aver trovato il coraggio di chiedere un aiuto in più. Fiera di non essermi arresa. Per la prima volta mi sentii davvero ascoltata, capita, accolta.
Oggi so che una diagnosi non definisce chi sono.
Una diagnosi non è una condanna, né un'identità.
La mia diagnosi racconta ciò che ho attraversato, non il mio valore. Se definisce qualcosa, è la mia forza: quella di aver scelto di curarmi, di affrontare il dolore invece di fingere che non esistesse, e di continuare, ogni giorno, a scegliere me stessa.
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