Paranoie
Tutto è iniziato nel 2009, l’ultimo anno del mio matrimonio. Quello che sembrava "solo" un periodo difficile era in realtà l'inizio di un lungo viaggio dentro la sofferenza mentale. È iniziata con una depressione profonda: una tristezza che non lasciava spazio a nulla, la perdita totale di interessi e una stanchezza cronica che mi schiacciava.
Non mangiavo più. Passavo le giornate a piangere in un silenzio assoluto, con la mente vuota e un senso di autosvalutazione che mi faceva sentire minuscola. Mi sono rivolta a un neurologo che mi ha prescritto il Citalopram; grazie alla terapia ho iniziato a stare un po' meglio, trovando finalmente la forza di divorziare.
Il buio del 2014 e la rabbia
Ma la mente è complessa e nel 2014 il buio è tornato, ancora più fitto. Non era solo tristezza: era un’incapacità totale di decidere, anche per le cose più banali. Mi mancavano le energie, l’insonnia mi sfiniva e ho iniziato a isolarmi, allontanando amici e familiari.
In quel periodo è emerso qualcosa di nuovo: la rabbia. Ricordo le notti passate fuori con una bomboletta spray in mano, a imbrattare i muri con frasi accusatorie. Era il mio modo disperato di urlare contro un mondo che sentivo nemico.
La diagnosi e la solitudine
Ho deciso allora di andare da uno psichiatra, ed è lì che è iniziato ufficialmente il mio percorso nel mondo della malattia mentale. Non è stato facile. Lungo la strada ho perso tutte le mie amicizie, come se il peso della mia diagnosi fosse troppo difficile da reggere per chi mi stava vicino.
Il rifugio: non essere più soli
Oggi, però, la mia storia ha una luce diversa. Ho trovato quello che chiamo il mio "bel rifugio": una cooperativa. Qui ho incontrato persone che vivono la mia stessa realtà.
Parlare insieme è stato liberatorio: non devo spiegare nulla, perché loro sanno già cosa provo.
Il supporto degli operatori (OSS) mi aiuta a navigare la quotidianità.
In questo posto ho capito che, anche se la malattia fa parte della mia vita, non devo affrontarla in solitudine.
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