Essere il ponte: la forza di raccontarsi

Anni fa, seduto in quella sala d’aspetto con una cartella clinica tra le mani, mi sentivo invisibile. Quei fogli sembravano parlare di me meglio di quanto potessi fare io: ero un caso, una diagnosi, un paziente da gestire. Oggi però non scrivo perché io abbia "risolto" tutto, la salute mentale è un cammino quotidiano, non un traguardo, ma perché ho imparato a trasformare quel silenzio nella scelta di fare da ponte.


Per me, fare da ponte significa smettere di scusarsi per i propri momenti di crisi e iniziare a usarli per unire il mondo di chi cura a quello di chi abita la sofferenza. Non porto teorie mediche, ma la realtà nuda di chi conosce bene lo stigma di un colloquio di lavoro o la fatica di spiegare un’assenza improvvisa agli amici. Questa nostra esperienza non è un limite, ma il materiale più prezioso che abbiamo per costruire passaggi dove prima c’erano solo muri di incomprensione.


Costruire questi ponti insieme a MHEVI è un atto di speranza che facciamo per noi stessi e per chi è ancora in quella sala d’aspetto, convinto di non avere voce. Non serve essere perfetti o sentirsi "guariti" per rendersi utili; serve solo il coraggio di essere autentici. Ogni volta che condividiamo la nostra prospettiva con umiltà, accorciamo le distanze e ricordiamo al mondo che niente che ci riguardi dovrebbe mai essere deciso senza di noi.


Quale parte della tua storia vorresti che diventasse un ponte per gli altri? Mi piacerebbe molto leggere il tuo pensiero nei commenti.

Commenti

  1. io penso che avere qualcuno da avere come sostegno deve essere importante un ponte solido e duraturo e aiutare chi ha bisogno

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  2. Fui per pochi giorni un caso psico clinico un ponte interrotto con la realtà quotidiana e lavorativa.Trovare lavoro con questa etichetta stigmatizzante è tutt'ora deprimente.
    Adesso il. Ponte lo sto ricostruendo più forte di prima!!

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  3. Ciò che riguarda il mondo non deve essere deciso senza noi....waw è giusto!

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