L'anima sul filo
Mi chiedono spesso se mi conosco davvero. La verità è che mi ascolto fin troppo. In psichiatria impari presto che questo "iper-ascolto" è quasi una condanna: ogni battito del cuore accelerato o ogni pensiero un po’ più cupo diventa subito un segnale d’allarme. Conosco a memoria le mie diagnosi, i nomi dei miei demoni e le molecole che servono a tenerli a bada, ma conoscersi "davvero" è un’altra cosa. È difficile capire chi sei quando la tua identità è mescolata alla malattia. A volte non so più dove finisco io e dove inizia il disturbo. Mi conosco come si conosce un mare in tempesta: so che può affondarmi da un momento all'altro, ma non so mai quando arriverà l’onda gigante.
Quando sto bene, vivo in una specie di euforia guardinga. Cerco di correre per recuperare tutto il tempo che ho perso restando nel buio. Socializzo quasi per scusarmi: cerco gli amici, sorrido troppo e parlo velocemente, come se dovessi farmi perdonare di essere sparito. Ma la parte peggiore dello stare bene è l’ombra del dubbio che mi segue ovunque. Mi chiedo sempre se quella che provo sia vera felicità o solo la fase che precede un nuovo crollo. Stare bene è bellissimo, ma è faticoso perché senti di dover dimostrare a tutti che sei finalmente "guarito", anche se dentro di te sai che è solo una tregua.
Poi, quando il male diventa "malissimo", il mondo cambia forma. Non è solo tristezza, è una vera paralisi dell’anima. Il corpo mi pesa così tanto che alzare una mano sembra richiedere l’energia di una maratona. In quei momenti mi chiudo in me stesso; non è una scelta, è un istinto di sopravvivenza. Le parole degli altri mi arrivano come un rumore bianco, fastidioso e inutile. E io resto in silenzio, perché quando stai male davvero non hai le parole. Parlare richiede una logica e un ordine che in quel momento sono andati in corto circuito. La parola è ordine, ma il dolore psichico è solo caos.
Il mio istinto è quello di sparire nel mio guscio, che sia la mia stanza o il reparto di un ospedale. Anche se tutti dicono che "bisogna parlarne", la verità è che riesco a farlo solo con chi sa tradurre il mio silenzio. Al mio diario o al medico racconto una storia tecnica, ma il dolore vero, quello che ti toglie il respiro, resta chiuso dentro finché la tempesta non si calma. Solo quando l’onda si ritira riesco a guardare indietro e a dire cosa mi è successo. Vivere la psichiatria è come camminare su un filo teso: se guardi troppo in basso hai paura, se guardi troppo in alto perdi l’equilibrio. Per questo ho imparato a guardare solo avanti, facendo un passo alla volta.

Mi ricorda un verso di noi brano, che facaa cosi" l' equilibrio sopra la follia..." non smettere mai di tener saldo l'Equilibrio che hai!!!
RispondiEliminaPoesia psichiatrica, bellissimo!
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